Oro. L’arte di resistere | Foscarini e Dance Well

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18 aprile 2019 | “Oro! Benon benon benon!”- ripetono scaramantici e allegri in coro i danzatori prima di cominciare lo spettacolo. Perché  “oro”, in dialetto veneto, è un’espressione idiomatica che significa: “va bene, d’accordo”. La pronunciano forte, questa frase, in tono augurale e festoso, mentre sono disposti tutti insieme in cerchio. Poi, si accendono le luci di scena e il pubblico inizia ad entrare.

“Heaven. I’m in heaven” – canta la voce calda e arrochita di Louis Armstrong, mentre i ballerini danzano a coppie nella platea del teatro, trasformata per l’occasione in sala da ballo. Un uomo anziano con paglietta e bastone fa il giro del pubblico e lo saluta con un gesto antico, dimenticato: dà la mano alle persone e accenna a togliersi il cappello in segno di rispettoso saluto. Il coro dei danzatori si chiude e si schiude come un fiore, si mescola e si frantuma come i vetrini colorati di un caleidoscopio, sparpagliandosi in nuove forme e ricomponendosi in schemi noti.

La magnifica voce di Ella Fitzgerald  canta “Summertime”, riverberandosi sinuosa nell’aria e sprigionando una gioia lenta e continua nei corpi non più giovani dei danzatori, accendendoli di incredibile, luminosa sensualità. Sono tutti vestiti a festa, come a celebrare un evento importante. Le donne indossano abiti da sera dai colori sgargianti e gli uomini, su camicie bianche e inamidate, indossano cravattini e papillon. Tutti sono a piedi nudi. Così, quegli azzurroni e quei rossi accesi degli abiti femminili, quelle stoffe damascate e cangianti si trasformano in abiti scanzonati, senza tempo, che emanano una voglia intensa di gioventù, un desiderio sbarazzino di contatto pelle a pelle e di gioiosa sensualità.

Come uno stormo di uccelli migratori, i danzatori si muovono in gruppo, spostandosi nello spazio, inseguendo l’impulso e la direzione dati di volta in volta da uno di loro. Una donna si stacca decisa dal resto del gruppo. Li affronta con lo sguardo, sottomessa e rassegnata eppure con aria di orgogliosa sfida, mentre una teoria di insulti e improperi la inonda, in un italiano intenerito dal dialetto, con una prosodia storta e schietta che alleggerisce le offese: “Sta sitta!”, “Che picoeta che te si!”, “O ti o mi!”. Il coro reagisce in un unico respiro con una sincronia emozionante.

Poi, il gruppo insuffla nella gestualità quella sublime semplicità tanto cara a Pina Bausch, che per una sorta di memoria indiretta si incarna epifanicamente in quei corpi in scena, tornando a danzare attraverso di loro, con quelle braccia e quelle gambe invecchiate, a tratti scosse da un tremolio di foglie in procinto di cadere eppure ancora saldamente appese al ramo, illuminate dalla luce calda del sole.

Quando il coro si disperde poco a poco a terra, si annuncia uno dei dei momenti più drammatici dello spettacolo. Sulle note di Summertime il drammaturgo e attore Cosimo Lopalco declama lapidario i nomi dei 31 partigiani impiccati in viale dei Martiri a Bassano del Grappa il 26 settembre 1944.

Quei nomi sconosciuti, da alcuni probabilmente mai sentiti pronunciare e dissepolti così all’improvviso, dissotterrati da uno scomodo passato, creano un potente cortocircuito con i corpi danzanti sulla scena, che cadono a terra, uno ad uno, senza vita.

Lo shock della storia, il suo dolore mai abbastanza raccontato perché dimenticato sotto la retorica della vittoria, riemerge con forza, prolungando superbamente il significato di resistenza, ramificandolo, dandogli radici. Quei corpi non più giovani di danzatori parkinsoniani, che hanno scelto la danza come forma di resistenza alla malattia, sono commoventi perché antiretorici, antieroici, semplicemente e liberamente umani. Sono commoventi, come la memoria di quegli sconosciuti corpi di partigiani impiccati per rappresaglia dai nazifascisti.

Il culmine della commozione etica ed estetica arriva nella scena successiva, quando una delle danzatrici, così autenticamente bella e senza tempo, danza sfinita davanti al suo anziano pretendente, che le dedica appassionate frasi d’amore, in un dialetto tenerissimo e dolce. Un climax ascendente di respiri, bracciate e parole d’amore che annega inaspettato nelle note di Bella ciao cantata in inglese.

In quei corpi in scena, così fragili e sinceri, sfilano le anime dei morti e le loro storie ordinarie e quotidiane, dimenticate e infangate dalle polemiche o dalle rivendicazioni, ricordandoci che la vita così come la morte è cosa più concreta e reale della retorica.  In quei corpi vive un ricordo struggente, conficcato nel presente di tutti noi: un baluginio dorato, che brilla senza tempo attraverso le vite degli altri, invitandoci a vivere e ad amare la vita. Senza fine.

Anna Trevisan

 

Danza in Rete Festival
18 aprile 2019, Teatro Civico di Schio (Vicenza)
Oro.L'arte di resistere
Da un'idea di: Francesca Foscarini e Cosimo Lopalco
Coreografia: Francesca Foscarini
Drammaturgia: Cosimo Lopalco
Creato con gli interpreti di Dance Well di Bassano del Grappa: Paola Agostini, Vittoria Battistella, Anna Bragagnolo, Franca Beraldo, Paola Bertoncello, Giuseppina Cavallin, Silvana Cucinato, Luisa Dalla Palma, Bruno Gusella, Cosimo Lopalco, Giorgio Marchioro, Maria Rosa Martinello, Luciana Pilati, Erminio Pizzato, Giovanni Pizzato, Mario Pomero, Cristina Pulga, Mario Sartore, Elena Scalco, Annì Scodro, Daniela Scotton
Supporto al processo creativo: Anna Bragagnolo e Cristina Pulga
Musiche: Cheek to Cheek e Summertime di Louis Armstrong & Ella Fitzgerald, Strange Fruit e Summertime di Billie Holiday, Bella Ciao di Anita Lane, Senza Fine di Ornella Vanoni, As Time Goes By di Ingrid Bergman & Dooley Wilson
Durata: 30 minuti
Produzione: Operaestate - CSC

 

 

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